Franco Mannino, pianista tra i più brillanti e versatili, si è cimentato anche nella direzione d’orchestra e successivamente nella composizione, nell’ambito di una produzione vastissima che abbraccia svariati generi, dalla cameristica alla sinfonica, dalla musica sacra alle colonne sonore per alcuni film di Luchino Visconti; dall’inizio degli anni Cinquanta, inoltre, ha affrontato anche il teatro. Dopo un balletto tratto da
Mario e il magodi Thomas Mann, con
VivìMannino si è confrontato per la prima volta con l’opera lirica, esperimento al quale sarebbero seguiti una decina di altri lavori (tratti in maggioranza ancora da Mann e da Oscar Wilde) rappresentati nei maggiori teatri italiani.
Vivì, andata in scena anche al Drury Lane (Londra 1960) e in molti teatri italiani (Catania e Roma 1965), è inoltre documentata da una buona registrazione discografica diretta dall’autore (San Remo 1957).
Vivì è unasoubretteche, dopo infelici esperienze sentimentali, incontra in un locale alla moda l’aviatore Sinclair Mac Lean; ma l’idillio, da lei ritenuto il vero grande amore, dopo breve tempo si rivela un’illusione: Sinclair si presenta sfacciatamente con la moglie neltabarindi George, in cui aveva conosciuto Vivì, trovandovi la morte per mano dell’amante abbandonata.
Mannino ha composto una partitura di effetto immediato, lontana da qualsiasi sperimentalismo, che si colloca su una linea decisamente tonale (Puccini-Menotti), strizzando però l’occhio alla musica leggera, sudamericana e non. Vi si trovano infatti ampie sezioni di ballabili, in parte (debolmente) motivate (la prova del nuovo ballo nel primo atto), in parte gratuite ma comunque gradevoli, tendenti a restituire l’atmosfera danightdell’opera. Con i fiati in netta evidenza e un ampio spiegamento di strumenti a percussione, la musica fa talora il verso a Gershwin (annacquandolo), talora alla Danza dei sette veli diSalome, mentre la vicenda, più che a quella di unaTraviatamoderna, come è stato osservato, si richiama a ?Zazà di Leoncavallo. Delizioso il concertato “La signora dorme ancora” che, con i suoi echi delCappello di paglia di Firenzedi Nino Rota, aggiunge un tocco da opera buffa in un lavoro dalle tinte forse troppo sentimentali, pur nella completa assenza di toni aulici del libretto.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi