Lauro Rossi si formò al collegio San Sebastiano di Napoli con Crescentini, Furno e Zingarelli. Diplomatosi nel 1829, collaborò con Raimondi a
Costanza e Oringaldo(Napoli 1830); l’anno seguente si presentò al Teatro Nuovo con quattro opere buffe – prima delle quali
La villana contessa, rielaborata poi per Torino nel 1846 – che riscossero il plauso di Donizetti.
Nel castello di Guadalaxara. Don Sergio prepara le nozze di sua figlia con il conte d’Albaflora, ma Irene non le accetta di buon grado poiché neppure conosce lo sposo; anche Don Ramiro, innamorato di lei, freme, poiché il conte aveva in precedenza ucciso suo fratello in duello. Finalmente arriva lo sposo (in realtà si tratta del servo Pagliuca, che alla morte del padrone gli si è sostituito) e ci si appresta alle nozze. Ma inaspettatamente compare Sandrina, sorella di Pagliuca all’oscuro di tutto. Il fratello la convince a fingersi contessa e la istruisce, ma non riesce a evitarle esilarantigaffesche lasciano allibiti Don Sergio e il suo segretario. Inevitabilmente l’inganno viene scoperto: Ramiro riconosce in Sandrina la pastorella che aveva amato spacciandosi per il cacciatore Fiordaliso e lo rivela a Don Sossio; questi, durante il pranzo nuziale, palesa l’imbroglio di Pagliuca e della sorella, scatenando l’ira del padrone di casa che fa rinchiudere i due impostori. Al processo Sandrina riesce a commuovere Don Sergio, mentre il fratello viene condannato a morte; ma Ramiro interviene: svela di avere sposato Sandrina e implora la grazia per Pagliuca. Tutto finisce bene anche per Irene, liberata dal matrimonio non voluto.
Rossi fu tra i compositori che, restando fedeli alla tradizione post-rossiniana, vennero travolti dal nuovo corso operistico verdiano (le sue ‘prime’ precedettero di pochi anni quelle di Verdi). Dopo il debutto scaligero (La casa disabitata, 16 agosto 1834) continuò a produrre opere comiche e giocose con alterna fortuna, impegnandosi anche come direttore e impresario nel Nuovo Mondo (1836-1843). Tornato in Europa, presentò a ViennaLa figlia di Figaro(Teatro di Porta Carinzia, 1846) e a MilanoIl domino nero(Teatro alla Scala, 1849), che fu accolto con successo. Fu allora nominato direttore del Conservatorio di Milano (1850-1871) e successivamente di quello partenopeo (1871-1878). Musicista «esperto, cerebrale, ingegnoso e artificiale» (Pannain), si distinse per le sue capacità organizzative e per l’impegno intellettuale (scrisse un fortunato trattato di armonia, partecipò alla fondazione della Società del Quartetto milanese, studiò Frescobaldi e Jannequin). Solo negli anni Settanta s’impose, con autorità insospettata, per la sua competenza nella tradizione belcantistica e buffa (di cui è un esempioGli artisti in fiera, Torino 1868). Ripensò allora il suo stile anche in termini drammatici, presentando sulla scena torineseLa contessa di Mons e Cleopatra(1874 e 1876), a LondraBiorn(daMacbethdi Shakespeare, 1877). In questi lavori si adeguò alla ‘grande opera’ coeva adottando l’impianto verdiano con ampie scene, forme complesse, un’orchestrazione drammatica e una marcata gestualità melodica nei finali.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi